Passa ai contenuti principali

Il PD verso il congresso. 3. Ciò di cui non si discute: il rapporto malato tra partito e istituzioni (Barca)

PARTITO E ISTITUZIONI, "FRATELLANZA SIAMESE" SUL TERRITORIO E AL VERTICE
Continua il dibattito surreale sulle primarie per il segretario PD.
Un dibattito che può avere una e una sola soluzione (ne parlo nel precedente post). Ritorno però sulla questione vera che si nasconde dietro la diatriba, quella sollevata da Barca nel suo documento sul “Partito Nuovo”, il rapporto tra partiti e istituzioni.
Non è una questione “piccina”, né può essere confinata nel problema specifico, di una singola persona, o carica, senza nulla togliere alla dimensione del problema al vertice. Ridurla a questo aspetto serve solo a difendere lo status quo distogliendo dal problema reale. Che, al contrario, va affrontato alla radice, partendo dai circoli e dal loro rapporto con il territorio e con le istituzioni locali, passando attraverso i livelli intermedi, regionali e provinciali (sulla cui abolizione si sta assistendo, anche da parte del governo Letta, a un balletto e a una tattica del rinvio miope e arrogante, che la Consulta ha finito giustamente per censurare). E’ questo l’unico modo per sperare di imprimere un cambio di direzione anche a livello statale.

IL CARRIERISMO AI LIVELLI INTERMEDI E LA "NON VITTORIA" DEL 25/02 
Ne abbiamo sotto gli occhi una controprova che dovrebbe apparirci evidente e facciamo invece fatica a vedere. Da due anni le tornate amministrative premiano regolarmente il centrosinistra ma sempre grazie a candidati che non provengono da incarichi di partito.
Le eccezioni si contano davvero sulle dita di una mano e hanno in genere spiegazioni particolari. In ogni caso nessun presidente di regione o sindaco di comuni capoluogo proviene dai ranghi di partito. Dunque a tutti i livelli intermedi il problema che tanto appassiona per il vertice neppure si pone. L’idea di candidare ai vertici istituzionali di livello intermedio il segretario del livello corrispondente non viene, di norma, neppure presa in considerazione e nei pochi casi in cui accade si rischiano sonore sconfitte.
Eppure il carrierismo nei livelli intermedi continua ad essere un fenomeno impressionante.
Trova però soddisfazione attraverso altri meccanismi ed altri percorsi. Che non passano per nessuna verifica elettorale e sono anzi tenuti rigorosamente al riparo dal giudizio degli elettori. Si va dalla nomina negli organismi esecutivi (giunte) agli incarichi di nomina politica nella costellazione degli enti e società partecipate, fino alla poltrona-premio che il Porcellum permette di concedere benignamente agli apparati locali.
Le primarie-parlamentarie, al di là delle intenzioni di alcuni di quelli che le hanno sostenute (ma quelli in buona fede supplicavano di adottare una ben diversa tempistica), sono state il veicolo e la foglia di fico al tempo stesso. Non che non sia accaduto che abbiano fatto emergere qualche personaggio locale apprezzato per meriti specifici pur senza avere l’appoggio dell’apparato. Ma nel complesso sono state il trionfo delle burocrazie locali. “Apparatarie”, più che parlamentarie.
Questa distorsione è stata pagata a caro prezzo. Basterebbe andare a vedere, caso per caso, regione per regione, dove e in che misura si è verificato il travaso da “Italia Bene Comune” a M5S nelle settimane prima del voto, dopo la diffusione delle liste dei candidati, e metterlo in relazione con il profilo degli “estratti” dalle primarie. Se ne avrebbe una controprova inconfutabile.
Per inciso, le burocrazie che hanno vinto le “apparatarie” sono le stesse che hanno infoltito la schiera dei cospiratori che hanno tramato per rottamare, con Prodi, ogni residua speranza (o pericolo?) di governo di cambiamento.

Di questo non si parla. Ma di questo dovrà parlare il congresso. Cominciare o no dai circoli? Certo che sì, ma ha senso solo se si pensa di farne il motore del cambiamento e il terminale di un rinnovato rapporto tra partito e società (e dunque tra politica e cittadini). Altrimenti sono solo alchimie tattiche per allungare il brodo e eludere i temi cruciali del confronto congressuale.

LA CONGIURA DEL SILENZIO SUL DOCUMENTO DI BARCA 
A questo proposito, fa pensare l’accoglienza riservata al documento di Barca, che su questi temi offre un ragionamento di grande spessore, ricco di spunti felici. Oltre all’ironia sui termini adottati e sulla corposità e difficoltà di lettura del documento (come se uno studente di matematica si lamentasse di dover leggere pagine piene di numeri e formule), niente. O, meglio, l’uso spregiudicato per sostenere l’incompatibilità tra segretario e candidato premier.
A ben vedere, è una dimostrazione del rigore e della lucidità dell’analisi di Barca. Il suo documento si è dimostrato, in senso popperiano, falsificabile e ha retto alla prova (ahimé!). “L’esistenza della fratellanza siamese e del catoblepismo ci dice che ogni tentativo di cambiamento troverà – come ha trovato finora – una forte resistenza nelle elite, che vedranno messo in discussione il proprio potere.” Come volevasi dimostrare. Sul suo documento è scattata la congiura del silenzio, mentre circoli e federazioni tempestano Barca di richieste di presenze a dibattiti, sempre molto partecipati e appassionati: ma la sua agenda è quella che è …

Ma non finisce qui.

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

Post popolari in questo blog

Uscire dal guazzabuglio, fare chiarezza

Avevo appena pubblicato un post pieno di dubbi e di sospetti sulle ombre che avvolgono le vicende politiche di questi giorni, quando il “governo del cambiamento”, che sembrava destinato a rientrare tra le stramberie della storia, è tornato in auge, redivivo. Il voto del popolo sovrano è tornato a contare, ma un’informazione chiara e veritiera sull’accaduto continua ad essere negata. Mentre il consenso informato, come insegnano i classici, è uno dei pilastri della democrazia. Nel post sostenevo che, nel velo di oscurità, un primo elemento di verità sulle forze in campo e i rispettivi obiettivi ce lo avrebbe fornito Salvini una volta che il nuovo governo si fosse presentato alle Camere. Perché sarebbe stato costretto a pronunciarsi sulla data delle elezioni (da cui derivava anche la possibilità teorica di cambiare legge elettorale) e sulla coalizione in cui si sarebbe schierato.

Dietro i colpi di scena, la politica resta nell'ombra
Il premier di quel momento, Cottarelli, non si è pre…

C’ È ANCORA UN FUTURO PER I PARTITI?

Il progetto di dare vita a un partito di sinistra alternativo ai tre poli e alle politiche liberiste, stando al risultato del 4 marzo, non ha convinto l’elettorato. Il calo sensibile del PD non ha prodotto un travaso di voti verso la sinistra, che ha invece seguito, fatte le debite proporzioni, la stessa sorte.
Riletta in questa luce, l’ipotesi su cui era partito il “percorso del Brancaccio” potrebbe sembrare avvalorata. L’appello agli esclusi, ai senza voce e ai senza rappresentanza, basato su una presa di distanza radicale dalle politiche che hanno ampliato le diseguaglianze e alimentato l’esclusione, può essere vista come l’unica strada da tentare per restituire a quel popolo la sinistra di cui avrebbe bisogno e alla sinistra politica il popolo che ha perduto. Sarebbe però un’ingenuità. Come lo sarebbe pensare di cavarsela attribuendo tutta la responsabilità dell’insuccesso all’autoreferenzialità o alla miopia dei gruppi dirigenti che hanno dato vita alle due operazioni uscite sconf…

Che (bruttissimo) tempo che fa

Se il PD fosse il partito che prometteva di essere alla fondazione, “non autosufficiente ma maggioritario, non la pura conclusione di un cammino ma una forza del cambiamento”[1] la Direzione che si riunisce, per la prima volta dal 4 marzo[2], per valutare la strada da intraprendere non avrebbe all’o.d.g. la decisione di aprire o meno il confronto con i Cinquestelle per formare il nuovo governo ma un tema di respiro decisamente più ampio. Se fosse quel partito, il suo gruppo dirigente sarebbe chiamato a dibattere sulla situazione sociale e politica del paese quale emerge del voto e, su queste basi, a formulare una proposta, come partito, per il futuro del paese. Da rivolgere agli elettori e alle forze politiche con cui deve misurarsi.

Ma quel partito non è mai nato. E il partito che è nato ha concluso la sua storia. Dopo anni convulsi, in cui ha cambiato cinque segretari in sei anni e tagliato le gambe, al momento della scelta del nuovo Presidente della Repubblica nel 2013, al suo candi…