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Lettere del dopo voto (amministrativo)

Bersani e la sindrome di Stoccolma

Intervistato a Ballarò Bersani mette sullo stesso piano chi ha votato contro Marini e i 101.
Ma come si fa?
I primi hanno apertamente criticato una proposta in evidente contraddizione con la linea portata avanti fino a un minuto prima, spacciata perfino come linea non negoziabile.
Volevano difendere quella linea e dunque il segretario che se ne era fatto interprete e portabandiera. Volevano impedire che si piegasse a un compromesso che lo avrebbe delegittimato senza rimedio. Era chiaro - in seguito, ma solo in seguito, è stato anche ammesso – che Marini presidente avrebbe significato il via libera al governo col PDL: Bersani sarebbe stato pronto a interpretare anche quel ruolo, smentendo se stesso? Impensabile, comunque non glielo avrebbero permesso quelli che avevano imboccato senza remore, sin da subito, la strada delle larghe intese.


Chi era contrario alla proposta Marini aveva chiesto di prendere tempo per ragionare sulle alternative. Di fronte alla forzatura di chi ha imposto di andare avanti, molti dei dissidenti hanno dovuto fare una scelta di coscienza e hanno valutato che il mandato politico ricevuto dagli elettori contasse più della lealtà al gruppo parlamentare, che quel mandato interpretava molto liberamente (eufemismo).
I 101 (che in realtà erano quasi 200) si sono invece sentiti liberi di portare avanti il disegno delle larghe intese, non solo senza dichiararlo apertamente e senza motivarlo, ma perfino dopo aver espresso un voto palese in assemblea di segno contrario.
E' uguale?
Ma soprattutto: chi ha compiuto un tentativo estremo per salvare la posizione del segretario, in nome della coerenza con la linea che aveva impersonato, viene messo sullo stesso piano di chi gli ha fatto la pelle costringendolo alle dimissioni.
La vittima sposa le ragioni del suo carnefice.
Si chiama sindrome di Stoccolma.

Il governissimo rafforzato dal voto amministrativo?

Strano, mi sembra lo stia dicendo solo il PD.
Quelli del PDL invece, come prima mossa, hanno bloccato la riforma del Porcellum.
Lo hanno fatto perché pensano di appoggiare il governo Letta ancora più decisamente e convintamente di prima?
In compenso i 5 Stelle, che fino a un momento prima del voto giocavano tutte le loro carte sulla soluzione “Highlander” (è solo questione di tempo e il PD sparirà per lasciarci soli a contrastare il Cav) ora sono attraversati da una crisi che, ci vuol poco a capirlo, minaccia la loro stessa esistenza. Perché è facile dire “se volete accordarvi col PD avete sbagliato posto, accomodatevi”: ma se già il 50% dei loro elettori si è “accomodato”, senza attendere il cortese invito, diventa un po' difficile dire seriamente che si punta al 51% dell'elettorato (per arrivare, un attimo prima della discesa dell'astronave dei Maya di ritorno da Vega, al 100%). Un comico può sempre dirlo, ma solo in quanto comico.


Senza contare che gli riesce sempre più difficile convincere la pattuglia di eletti che si sta facendo qualche conto e realizza che al prossimo giro, quando si andrà al voto, per metà di loro (almeno) non ce n'è più.
Ecco allora che l'imminente “catastrofe” (in senso chimico-fisico) dei 5 stelle rende visibile a tutti (anche al Presidente della Repubblica) la concreta prospettiva di una maggioranza alternativa (politica, programmatica) a quella del governo “di servizio”. E' uno scenario che lo rafforza? E Berlusconi non sta tenendo consigli di guerra a oltranza per studiare le contromosse?

Civati e la lealtà di organizzazione

Alta tensione nel PD sulla mozione che Giachetti ha insistito a presentare per il ritorno al Mattarellum. Nella scorsa legislatura era arrivato allo sciopero della fame per sensibilizzare i suoi colleghi (a partire da quelli del PD) sull'urgenza di togliere di mezzo il Porcellum. Napolitano (si deve ritenere) seguiva con vibrante partecipazione e adesione. La materia si prestava ad un atto di chiarezza del PD. Che invece ha deciso di sottostare a un ricatto del PDL: per sopravvalutazione del rischio effettivo o per convinzione, lo sapremo al Congresso.
Intanto, a quelli che non ritengono - davvero - che la coalizione col PDL possa avere un respiro politico generale e che dunque ritenevano si dovesse votare la mozione Giachetti per coerenza con la linea su cui si erano proposti agli elettori e su cui erano stati votati, si poneva un dilemma. Chiamati dalla maggioranza del gruppo parlamentare ad allinearsi nel voto alla linea stabilita (dalla maggioranza del gruppo parlamentare, ripeto) dovevano scegliere tra la fedeltà alla regola di maggioranza all'interno del gruppo parlamentare e la fedeltà al mandato ricevuto dagli elettori.
I renziani (Giachetti, ex radicale, è oggi collocabile in quell'area) hanno tenuto duro e votato la mozione, su cui hanno pensato bene di convergere, una volta sicuri della bocciatura, i “5 Stelle”. Pippo Civati ha ritenuto invece che il voto a favore di Giachetti sarebbe stato solo di testimonianza, con il non trascurabile effetto collaterale di segnare una frattura nei confronti di coloro che, pur convinti come lui che l'imposizione del PDL non fosse tollerabile, sceglievano tuttavia di aderire al richiamo alla lealtà e all'appartenenza.
Gran dibattito in rete, letture in controluce (“solo per distinguerti da Renzi?”), anatemi. La scelta non era facile e le motivazioni addotte da Civati, con l'apertura e la trasparenza che contraddistinguono il suo operato, non devono essere banalizzate.


Ma un problema di fondo si pone, su cui Civati è chiamato dai suoi seguaci a pronunciarsi. La premessa di tutto sta, di nuovo, nel fatto che la fedeltà al mandato ricevuto dagli elettori è stata tradita (il termine è quello usato da Bersani), in occasione della bocciatura della candidatura Prodi per impedire la strada di una maggioranza alternativa a quella col PDL. Una volta, dunque, che siano venute meno le basi elementari su cui poggia la convivenza nel partito, e abbia prevalso il disprezzo delle regole e la via dei colpi di mano, verso chi si deve lealtà? Verso gli elettori, gli iscritti al partito, i partecipanti alle primarie, o verso il gruppo parlamentare?
Pippo Civati aspira ad assumere le redini del partito. Molti, un numero vistosamente e rapidamente crescente, lo appoggiano. Ha dunque sulle spalle la responsabilità di una risposta chiara a questa domanda, che vada al di là dell'episodio e faccia da punto di riferimento per gli avvenimenti futuri.

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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